A 5/6 anni Vittorio è attratto da alcune pietre arenarie presenti sul terreno della sua casa di campagna. Si tratta di paracarri della strada che costeggia la sua proprietà, caduti a causa di incidenti. Vittorio gioca con quelle pietre, al tempo della raccolta delle nocciole.
All’età di dodici anni, in quelle pietre, Vittorio scopre la necessità di rivelare l’opera che è in esse.
Dal magazzino di casa prende una mazzuola e degli scalpelli e inizia, con forza e volontà, a “togliere la materia in più” da due di quelle pietre, cadute accidentalmente sul suo terreno. Ed ecco l’arte che si svela, si palesa agli occhi del Vittorio adolescente, si scopre, inconsapevole, davanti al suo fautore: un volto, dalla fisionomia modiglianesca e la testa di un bimbo.
Dal gioco all’arte, l’emozione di dar forma all’espressione è indescrivibile per Vittorio. Egli è catturato dal gioco poetico dell’arte. L’arte, infatti, è poesia. Forse, l’arte è qualcosa in più della poesia. Perché, questa, per poter essere compresa ha bisogno di svolgersi nel tempo, con il rischio di negarsi, quando ci si interrompe nella lettura.
L’arte è invece privilegiata dall’immediatezza della visione. L’arte, comunque, è poesia. E cos’è la poesia? E’ “l’arte di rappresentare”, in versi, le cose, i fatti, i sentimenti con verità e bellezza. Viene in mente, inevitabilmente, “La poesia” di Pablo Neruda:
“Accadde in quell’età… La poesia / venne a cercarmi. Non so da dove / sia uscita, da inverno o fiume. / Non so come né quando, / no, non erano voci, non erano / parole né silenzio, / ma da una strada mi chiamava, / dai rami della notte, / bruscamente fra gli altri, / fra violente fiamme / o ritornando solo, / era lì senza volto / e mi toccava. / Non sapevo che dire, la mia bocca / non sapeva / nominare, / i miei occhi erano ciechi, / e qualcosa batteva nel mio cuore, / febbre o ali perdute, / e mi feci da solo, / decifrando / quella bruciatura, / e scrissi la prima riga incerta, / vaga, senza corpo, pura / sciocchezza, / pura saggezza / di chi non sa nulla, / e vidi all’improvviso / il cielo / sgranato / e aperto, / pianeti, /piantagioni palpitanti, / ombre ferite, / crivellate / da frecce, fuoco e fiori, / la notte travolgente, l’universo. / Ed io, minimo essere, / ebbro del grande vuoto / costellato / a somiglianza / a immagine / del mistero, / mi sentii parte pura / dell’abbisso, / ruotai con le stelle, / il mio cuore si sparpagliò nel vento.
E’ stabiliante ! Scrivendo “La poesia” nerudiana, rivedo la tenera età di Vittorio, intento nella voglia di “giocare” all’arte; quell’arte che sembra averlo cercato, venuta da chissà dove. Dalla cecità dell’infanzia, all’emozione del momento, scolpì la materia; un gesto “saggio”, “puro”. Da lì l’universo dell’arte si aprì per Vittorio, “minimo essere, ebbro…”, si sentì parte integrante e il suo cuore si frantumò, così come la materia si era frantumata per “compir l’opera”.
A dodici anni un incidente stradale; una lunga permanenza a letto in ospedale, immobile. Il regalo del padre: un tascabile di Van Gogh. Racconta Vittorio: “…più lo osservavo e più mi affascinava, mi incantava, la pittura di Van Gogh, e fu allora che chiesi a mio padre di comprarmi dei colori ad olio appena mi avrebbero dimesso dall’ospedale”.
Il desiderio di Vittorio venne immediatamente esaudito. Ecco, allora, nascere la riproduzione di un “Autoritratto” di Van Gogh (dipinto ad Arles nel 1888). E’ la voglia di non perdere il contatto con la realtà; la pittura come ancora di salvezza. Poi, ancora altre riproduzioni, “La notte stellata” e “La chiesa di Auvers”. In quei dipinti di Van Gogh, degli ultimi anni della sua vita (1889 – 1990), altri forti legami con la realtà. Ne “La notte stellata” “il cipresso è bello…e il verde…è una macchia ‘nera’ in un paesaggio assolato…”; “La chiesa di Auvers” è “un…quadro con la chiesa del villaggio, in cui la costruzione sembra violacea contro un cielo blu profondo e piatto di puro cobalto; le vetrate sembrano delle macchie blu oltremare; il tetto è violetto e in parte arancione. In primo piano un po’ di verde fiorito e della sabbia assolata rosa”. In queste lettere di Van Gogh alla sorella Wil, del giugno 1890, c’è quella realtà, fatta di natura, oggetti, che divengono colori.
Ancorarsi ad una realtà che non è fatta più di cipressi, chiese, cielo, vetrate, tetto, erba, sabbia, ma è costituita di macchie nere, viola, blu cobalto, violetto, arancione, verde fiorito, rosa.
Ecco la realtà che vuole, adesso, conoscere Vittorio Franchina. Sono passati molti anni da allora. Il liceo artistico, la scelta di iscriversi in Architettura (abbandonando dopo circa sei mesi), l’impegno sociale attraverso l’arte, il periodo berlinese. Dal 1966 la scultura e la pittura divengono, per Vittorio, il suo mondo. L’arte è divenuta necessaria, se non indispensabile; la scultura, la pittura e la sua vita si completano a vicenda.
Vittorio trascorre la maggior parte della giornata nel suo mondo, racchiuso in quelle quattro mura della sua bottega, dove il tempo si è fermato, immutabile, malgrado il trascorrere degli anni.
All’interno del suo mondo, fuori dal tempo e dallo spazio, ma dentro quello bidimensionale della pittura e tridimensionale della scultura, una domanda assilla Vittorio: come si dà la natura, non già a chi la contempla per conoscerla, ma a chi l’affronta vivendoci dentro, sentendola un limite di cui soffre, e di cui non può liberarsi se non afferrandola, facendola propria, identificandola con quella “passione della vita” di cui alla fine si muore?
La vita, per Vittorio Franchina, è sensazione, emozione, visione, intelletto. La vita, però, è anche pura e semplice percezione della realtà nella sua esistenza qui, ora; basta prendere coscienza del limite e forzarlo, fino a schiantarlo.
Ciò che Vittorio vuole è una natura vera fino all’assurdo, viva fino al parossismo, fino al delirio, fino alla morte. Partiamo da qui, dalla morte. Non me ne voglia, il mio amico Vittorio, ma credo che anche lui, come tutti gli artisti, amano il senso poetico della parola “morte”: “Morte, tu mi darai fama e riposo” (Foscolo). Se la cosa può consolare i superstiziosi: “Due cose belle ha il mondo: Amore e morte” (Leopardi).
Quale potrebbe essere l’ultima testimonianza artistica di Vittorio Franchina? Rappresentare, in uno straordinario eccesso di colore, in una luce che sembra non aver fine, il punto d’arrivo di un’esistenza che si chiude in un buio che nega la pittura, come tutta la sua pittura aveva cercato di dimostrare, cioè coincidere nel modo più assoluto con la vita stessa.
Anche per Van Gogh, così è stato: nel 1890 dipinge l’opera “estrema”, il “Campo di grano con volo di corvi”, dove l’artista versa la sua anima, dove appare ad un tratto il presagio di qualcosa che negherà la vita stessa: il volo dei corvi.
Ma Franchina, al contrario di Van Gogh, ha il privilegio del fare scultorio: egli rende presente in figura la materia, eccedendo nelle dimensioni, in una forma che cattura la luce e crea anfratti privi di luce che negano la scultura, come tutta la sua scultura aveva cercato di dimostrare, cioè coincidere nel modo più assoluto con la vita stessa.
Per Franchina, la pittura e la scultura sono una riduzione della vita. Per cui l’artista deve negare la pittura con il colore che si carica d’umanità, negare la scultura con la materia che si umanizza, strappando, ogni volta, qualcosa alla vita stessa. La pittura e la scultura devono negarsi, ossia devono smentire la ragione, l’ordine, il senso dell’ideazione e della creazione, per assumere in sé la vita.
Quando vedremo l’opera estrema di Franchina (così come quando abbiamo visto l’ultima opera di Van Gogh) coglieremo qualcosa che ci prenderà sul piano emotivo, in modo talmente forte che non penseremo più alla riproduzione della realtà; penseremo alla vitalità allo stato puro, un’energia materica e cromatica che trae forza dalla loro purezza che niente può controllare.
Le tele e le forme scultoriche sono composte da Vittorio con un autentico “furor” creativo, a colpi di spatola o di scalpello, le cui direzioni si scontrano e si accavallano come ondate.
I colori delle tele di Vittorio sono violenti, senza mezze tinte, essenziali; la stessa essenzialità chiaroscurata della materia scultoria modellata dall’artista.
La simbiosi tra arte e vita sembra essere una scelta di sempre per Franchina.
Il pittore oricense ci dice, attraverso l’espressione pittorica e scultoria, che questa non è cosa diversa dalla vita. Quindi importante è vivere dipingendo o realizzando sculture, far si che l’arte sia vita e non soltanto una trascrizione della realtà. Quindi la pittura e la scultura di Franchina potrebbero esistere senza l’artista. Nelle opere di Franchina c’è Franchina.
Octave Mirbeau, scrittore francese d’avanguardia, così aveva scritto di Van Gogh dopo la sua morte, nel 1891: “…non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato in se stesso la natura; l’aveva obbligata a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del proprio pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, addirittura a subire le sue deformazioni”.
Com’è straordinario, stupefacente, questo legame biunivoco tra artista e natura; un legame, risolto, tra Vincent e la natura, irrisolto, tra Vittorio e la natura.
Il legame di Vittorio Franchina con Vincent Van Gogh è emblematico per capire l’arte del pittore oricense. Il legame però non è pura e semplice imitazione, ma “maniera”. Vittorio è un espressionista di maniera o un manierista.
Si pensi ai grandi manieristi del tardo rinascimento italiano: il Pontormo, il Rosso Fiorentino, il Bronzino, il Beccafumi, il Tintoretto, ecc. . Questi, ben consci della grandezza dei loro immediati predecessori (Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano), invece di imitarli, vollero attirare l’attenzione del fruitore facendo opere meno naturali, meno immediate, meno semplici e perfette: ma la perfezione non interessa in eterno. Una volta abituati a essa, la nostra emozione si spegne, e ci sentiamo allora attratti dall’innaturale, dal complicato, dalla disarmonia delle forme. I manieristi del ‘500 hanno colto l’essenza della grande arte del Rinascimento maturo e la negano, trasformandola in modo assolutamente personale e soggettiva. Rendono quindi la natura in modo “espressivo”.
Anche per Vittorio Franchina è la stessa cosa: egli coglie la sostanza, lo spirito della grande pittura dell’artista olandese e la fa sua; la sua arte diviene, quindi, “maniera” personale.
Arte in simbiosi con la vita. Ho già scritto su questa “convivenza” con vantaggio reciproco tra la “natura” vitale e la “natura” pittorica e scultoria. Guardando un quadro o una scultura tradizionale da vicino i colori e la materia risultano netti, mentre, man mano che ci si allontana, l’opera diventa “sfocata”, “imprecisa”, perde d’identità. E’ per questo che la ricerca dell’artista è diretta ad un colore e ad una materia scultoria che non abbiano quasi nulla di naturalistico e siano utilizzati secondo una tecnica veloce e antitradizionale. Ecco che i quadri e le sculture di Franchina, guardati a distanza acquistano definizione, sembrano ancora più veri. Ancora un richiamo alla vita. Van Gogh, dal 1880 circa alla morte (1890) dipinge un numero elevatissimo di opere, oltre 850; circa 85 opere all’anno.
Questa velocità pittorica non è semplicismo o faciloneria: è, piuttosto, la necessità di seguire con la mano l’urgenza interiore di esprimersi, in assoluta libertà, obbedendo al sentimento più che alla ragione.
Lo dirà lui stesso, in una delle tante lettere (più di 800) scritte al fratello Theo: “Tutti troveranno che io lavoro troppo in fretta…: non è forse l’emozione, la sincerità del sentimento della natura che ci guida?.... Queste emozioni sono talvolta così forti che si lavora senza accorgersi che si lavora,…a volte le pennellate vengono con un seguito e con rapporti fra loro come le parole in un discorso…”.
Vedere lavorare Franchina nel suo studio, ci si accorge quasi della metempsicosi del pittore olandese in quella del pittore oricense.
L’emozione del dipingere e del modellare la materia è palese nei gesti e nei segni lasciati dal pittore sulla tela, in ogni istante del suo lavoro.
La luce dei quadri e quella emanata dalle parti illuminate delle sculture di Vittorio non è luce vera e gli oggetti e i soggetti prendono vita attraverso il colore e la materia. Così anche un semplice oggetto è come un essere umano, è animato, vivo e quindi degno di essere trasformato in pittura o in scultura e sono proprio la pittura e la scultura a renderlo vivo.
Come per Van Gogh nella “Camera da letto” (1888), dove gli oggetti, le suppellettili, i quadri, gli arredi emanano una luce propria degna della propria vitalità, una luce non vera che non arriva dall’unica apertura presente, così negli “ambienti” dipinti da Franchina e nelle sue sculture “aperte”, anche se illuminati da una luce artificiale, propagano la “loro” luce che è colore, è materia.
I quadri di Franchina, come quelli di Van Gogh (“I girasoli”, 1889), le sue sculture, prima di essere guardati ci guardano. Le opere di Vittorio sono talmente vive, “occhiute”, con punti di riferimento che sembrano talmente vivi da annullare la nostra stessa vita. Di fronte alle opere di Franchina siamo noi ad essere meno vivi. E’ questo il motivo della bellezza delle sue opere, una bellezza moderna, che raffigura lo spirito della modernità: la negazione dell’arte come imitazione della realtà e l’affermazione dell’arte che si sostituisce alla realtà. E’, ad esempio, il caso di tante “nature morte”, che non hanno nulla di morto, anzi sono vive, dove il colore puro, spesso, corposo, sembra essere spremuto direttamente dal tubetto, crea un’emozione diretta violenta che comunica direttamente all’interiorità.
Le “nature morte” di Franchina hanno catturato la luce e la trasmettono al fruitore fino a “ferirlo” interiormente.
E’, ancora, il caso di tante “teste” o “nudi”, fatti di una materia pura, spessa, corposa che sembra nascere dalla materia stessa, creano sensazioni dirette con violenza all’interiorità del fruitore.
Il rapporto artista – opera – fruitore, costituisce elemento fondamentale per capire l’arte di Vittorio Franchina.
La comunicazione “aperta” delle sue opere mai “svelate” sta alla base di una concezione moderna che, assimilata da Franchina, costituisce la concreta applicazione della “poetica dell’opera aperta”. Umberto Eco (“Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee”, 1976) scrive: “…un’opera d’arte…è un oggetto prodotto da un autore che organizza una trama di effetti comunicativi in modo che ogni possibile fruitore possa ricomprendere (attraverso il gioco di risposte alla configurazione di effetti sentita come stimolo dalla sensibilità e dall’intelligenza) l’opera stessa, la forma originaria immaginata dall’autore. In tal senso l’autore produce una forma in sé conchiusa nel desiderio che tale forma venga compresa e fruita così come egli l’ha prodotta; tuttavia nell’atto di reazione alla trama degli stimoli e di comprensione della loro relazione, ogni fruitore porta una concreta situazione esistenziale, una sensibilità particolarmente condizionata, una determinata cultura, gusti, propensioni, pregiudizi personali, in modo che la comprensione della forma originaria avviene secondo una determinata prospettiva individuale. In fondo la forma è esteticamente valida nella misura in cui può essere vista e compresa secondo molteplici prospettive, manifestando una ricchezza di aspetti e di risonanze senza mai cessare di essere se stessa (…). In tale senso, dunque, un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale”.
Ecco, allora, come bisogna porsi di fronte ad un’opera di Vittorio Franchina: la trama degli stimoli determinati dall’artista nell’opera e la comprensione della loro relazione, mettendoci dentro la propria situazione esistenziale, la propria sensibilità condizionata, la propria cultura, i propri gusti, le proprie propensioni e anche, perché no, i propri pregiudizi. Da tutto ciò ne nasce una fruizione che è nello stesso tempo interpretazione ed esecuzione. L’opera di Franchina finisce per essere la nostra opera. In tal modo entriamo nella personalità dell’artista, nella sua vita, nella sua stessa esistenza che finisce per essere la nostra esistenza.
Così ho fatto io. Ho la presunzione di essere stato, forse, il primo, ad appropriarmi della personalità del grande artista oricense. Cosa ho scoperto? Ho scoperto che tutta l’arte di Franchina mostra una personalità che vuole sfuggire all’artificio dell’arte per recuperare qualcosa che è già dentro la sua esistenza, che è già la sua stessa vita.
Perché un artista è diverso da un uomo comune? Non certamente perché è abile, sarebbe un artigiano; non perché ha una tecnica più sofisticata.
L’artista fa sgorgare la sua arte dalla fonte più profonda della sua anima. Quest’anima è quella che io ho trovato nella pittura e nella scultura di Vittorio Franchina. Anche in un’ ipotetica (e speriamo lontana) opera “estrema”, Franchina, come Van Gogh, farà apparire sulla tela o dalla materia, ad un tratto, il presagio di qualcosa che negherà la vita stessa. Ma Franchina sa, comunque che, malgrado ciò, la sua vita sarà sempre presente.
Franchina ribadisce (come è stato per Van Gogh per gli artisti del suo tempo) ai contemporanei che la grande tradizione pittorica occidentale è morta. I suoi quadri e le sue sculture ci prendono e ci catturano non perché rispondenti al criterio delle “belle arti”, ma perché più vicini alla verità e alla vita.